FERRUCCIO CLAVORA – SLAVIA FRIULANA

Democrazia ?   Sovranità ?   Autodeterminazione ?

Il gulag identitario della Slavia.

Mentre la maggior parte delle rappresentanze socio-politiche ed istituzionali del Friuli Venezia Giulia commentano negativamente l’assurda divisione del territorio regionale in due innaturali collegi elettorali, dalle Valli del Natisone, del Torre e da Resia non si leva nessuna voce per protestare contro l’ennesima forzatura operata con l’inclusione di “tutti gli sloveni” nella stessa circoscrizione. Solo l’Istituto Slavia Viva fa sentire la sua voce per sensibilizzare la locale opinione pubblica su una questione politicamente molto rilevante che rischia di chiudere definitivamente il discorso di una autonoma e democratica rappresentanza della Slavia. Per rendere più facilmente comprensibile la questione, l’intervento di Slavia Viva viene proposto sotto la forma delle domande-risposte.

  1. Come va interpretata la polemica nata sull’applicazione dell’Italicum in Friuli Venezia Giulia, proprio sulla questione slovena ?
  2. Piano, piano, sta emergendo la serietà di un problema che alla maggioranza dei friulani sembra irrilevante: la presenza e la sorte, sul confine orientale del Friuli, delle comunità slavofone del Natisone, del Torre e di Resia. Comunità che hanno sempre condiviso le sorti geopolitiche della “Patrie”, essendone elemento costitutivo. Senza queste popolazioni, il Friuli sarebbe altra cosa. Con troppa leggerezza e colpevoli cedimenti, i rappresentanti politico-amministrativi delle Valli, ma anche i friulani ed in particolare gli “autonomisti”, hanno acconsentito alla progressiva erosione della specificità storica, culturale e linguistica di questi cittadini del Friuli a la loro assimilazione alla minoranza nazionale slovena di Trieste e Gorizia quale compimento del progetto nazionale sloveno che vedeva tutti gli sloveni all’interno dello stesso spazio geopolitico. Con l’allargamento ad Est dell’Unione europea ed il Tratto di Schenghen tale sogno si è realizzato. Politicamente, però, è rimasto aperto un problema: il rifiuto delle popolazioni del Natisone, del Torre e di Resia di accettare la loro assimilazione alla comunità nazionale slovena di Trieste e Gorizia, imposta dalla sciagurata Legge 38 del 2001 di tutela della minoranza stessa ed ulteriormente specificata dalla L.R. 26/2007 che, però, riconosce l’esistenza delle varianti linguistiche di Resia , del Natisone e del Torre. Inoltre, questo intreccio tra il determinato perseguimento del progetto nazionale sloveno e la colpevole distrazione della classe politica regionale, ha lasciato il campo libero alle sempre più insistenti ingerenze – politiche e finanziarie – delle autorità della Repubblica di Slovenia su questo territorio, alla faccia delle prediche sulla “sovranità”. La questione dei collegi elettorali dell’Italicum è solo la logica prosecuzione di tale disegno: compattare la componente “slovena” del Friuli Venezia Giulia in un unico contenitore elettorale per rafforzare il dominio della componente triestina sulla Slavia friulana e dintorni, Forum Julii compresa. In Friuli, di questo esproprio di sovranità nessuno – salvo rarissime eccezioni – sembra preoccuparsi causa “la generale incultura democratica della Repubblica italiana” come ha scritto Sergio Cecotti sul Messaggero del 12 luglio.
  3. Questa analisi non costituisce una forzatura ?
  4. Questa perplessità conferma quanto detto. Che la questione delle comunità del Natisone, del Torre e di Resia sia di assoluta rilevanza democratica, istituzionale nazionale ed internazionale viene confermato da quanto ha scritto in merito, Andrea Valcic sempre sul Messaggero del 12 c.m.: “Interessante e curioso, dopo settant’anni, scoprire la lungimiranza storica e geografica di Josip Broz Tito. Si, proprio lui, il presidente della repubblica socialista di jugoslavia che nel 1945 disegnava i confini della sua futura repubblica federativa, inglobando al suo interno, vaste porzioni del Friuli. Prendete le cartine geografiche, le mappe presentate durante convegni e seminari, sul ruolo del IX Corpus, della Garibaldi e dell’Osoppo, ma soprattutto “la madre di tutte le polemiche”, ovvero P orzus, e poi sovrapponetele al disegno dei nuovi collegi elettorali della Regione. Il numero due comprende , oltre le ex province di Gorizia e Trieste, quarantaquattro paesi friulani. Esattamente, comune più, comune meno, quello che aveva previsto Tito, ma proposto oggi dal governo di Matteo Renzi, con l’ “Italicum”. Chiaro ?
  5. Ma come si è potuto arrivare ad una tale situazione e soprattutto come è possibile che il tutto avvenga senza che nessuna istituzione o forza politica regionale o nazionale reagisca con forza ?
  6. E’ la Legge 38/2001 della Repubblica italiana che cha consentito alle organizzazioni della minoranza nazionale slovena di costituirsi in vero e proprio corpo separato ed autoreferenziale all’interno dello Stato italiano organicamente collegato alla vicina Repubblica di Slovenia. Dall’Italia, questa speciem Stato nello Stato, chiede solo il rispetto delle norme che ciò consentono e, cospicui finanziamenti. Ha, quindi, ragione il consigliere regionale Roberto Novelli a chiedere a quanto ammontano le risorse elargite dall’Italia e dalla Slovenia per tentare di condizionare la coscienza identitaria di un popolo demograficamente allo stremo e abbandonato – svenduto – dalle Istituzioni italiane. Finanziamenti ingenti (decine di milioni di Euro l’anno !) che rendono ridicolo – per non dire offensivo – il sostegno alla comunità friulana. Ovviamente e nonostante le ripetute sollecitazioni del Comitato consultivo della “Convenzione quadro sulla protezione delle minoranze nazionali” del Consiglio d’Europa, non si è mai proceduto ad una verifica della reale consistenza della comunità nazionale slovena presente nel Friuli Venezia Giulia ne garantito ai cittadini della Slavia friulana il diritto alla libera autodeterminazione identitaria.
  7. Possibili svolte ?
  8. R. Mentre sulla questione greca, in virtù del principio della “sovranità popolare”, è stato fortemente affermato il diritto inalienabile del popolo a decidere del proprio destino, per quanto riguarda una parte importante del Friuli ed in particolare la Slavia friulana, il trasferimento di sovranità sta avvenendo senza che il popolo possa esprimersi liberamente e senza condizionamenti. Solo ripristinando un normale funzionamento delle regole democratiche, restituendo alla volontà popolare il controllo del proprio destino e respingendo fermamente le ingerenze estere negli affari interni del nostro Stato, potrà essere riparato il gravo danno subito da questa parte integrante del Friuli che si sente italiana pur disponendo di cultura, lingua e tradizioni di origine slava. A questo punto, non è inutile riportare il testo dell’intervento svolto nella seduta del 27 giugno 1947 dell’Assemblea Costituente, da Tiziano Tessitori, leader del movimento autonomista friulano, illustrando l’emendamento che introduceva la denominazione di Friuli-Venezia Giulia per una regione a statuto speciale: “Non è certo possibile qualificare la regione come regione mistilingue. Entro i nuovi confini del nostro nuovo stato rimangono circa 9.400 slavi, che si concentrano quasi tutti nella città o nei dintorni di Gorizia. Ci sono altri slavi, circa 30.000, ma questi sono stati e sono incorporati all’Italia fin dal 1866: sono le popolazioni della Vallata del Natisone, popolazioni che sono profondamente italiane. Basta che l’Assemblea Costituente sappia come durante la guerra 1915-1918, l’unico reparto dell’esercito italiano che non abbia avuto nemmeno un disertore è stato il battaglione Val Natisone dell’VII Reggimento Alpini. Quando, dunque, parliamo di opportunità di uno Statuto particolare per la Regione non ci riferiamo a queste popolazioni, ma a quell’altra infima minoranza slava alla quale si accennava dapprima. Penso tuttavia che l’Assemblea non possa sottovalutare questo problema. È un problema di una delicatezza estrema, poiché si tratta della Regione confinaria del nostro Paese verso il confine orientale. Ritengo pertanto sia necessario e politicamente opportuno, soprattutto ora in cui tutti noi desideriamo una distensione di spiriti nei rapporti internazionali, offrire fin da questo momento la base acché i futuri amministratori di quella Regione possano creare un’organizzazione la quale con maggiore elasticità, che non sia quella derivante dallo Statuto di tutte le altre Regioni italiane, possa servire come strumento di pacificazione con il popolo vicino.

Parlo da italiano e da friulano alla massima Assemblea del mio Paese; parlo quindi con la sensibilità che il mio popolo friulano ha dei rapporti con il mondo slavo vicino. È plurisecolare da noi la tradizione di rapporti pacifici col mondo slavo. Ciò che costituì la ragione prima di irritazione dell’anima slava contro di noi è stata l’errata politica snazionalizzatrice che il fascismo ebbe ad inaugurare in quelle terre, politica esercitata attraverso strumenti burocratici, non solo insensibili, ma niente affatto conoscitori dell’anima di quelle popolazioni e privi di una corretta comprensione delle esigenze locali.

Io non voglio, e non ne avrei la competenza, approfondire questo tema. D’altra parte i colleghi che mi ascoltano sanno bene, senza che io debba chiarire di più, come il problema si pone con riflessi di politica internazionale, ai quali penso che l’Assemblea Costituente possa rispondere concedendo uno Statuto particolare a questa Regione. Quando poi si scenderà ai dettagli, a fissare cioè gli articoli di tale Statuto, siate pur certi che, se la elaborazione di esso, come certamente avverrà, sarà affidata ad uomini della mia terra, essi sapranno trovare quegli istituti e quelle formule che serviranno a risolvere, non tanto un problema locale ma, nell’interesse dell’intero Paese, un problema di carattere nazionale.

Ma, prima di finire, non posso sottacere che vi è una difficoltà, un’obiezione, una preoccupazione che ci si oppone, e la preoccupazione è questa: che una eccessiva differenziazione del Friuli nei confronti delle altre regioni d’Italia potrebbe costituire pretesto, se non argomento, alle correnti nazionalistiche slave per pretese su quelle italianissime terre, cosa alla quale il collega Pecorari accennava testé. A coloro che hanno codesta preoccupazione mi permetto di osservare che il fenomeno di un esasperato nazionalismo espansionistico non è di oggi, e non sono certo le nostre autonomie regionali che lo hanno provocato. Codeste correnti espansionistiche sono vecchie di decenni, ed esistevano anche quando esisteva la sola provincia piatta ed uniforme. Codeste mire espansionistiche non muoiono, purtroppo, opponendo la maschera o il paravento molto trasparente del negare una costituzione autonoma ad una terra le cui caratteristiche la richiedono; esse potranno essere mortificate e superate soltanto quando noi, con serietà, daremo, attraverso la nostra legislazione e soprattutto attraverso la sua applicazione, la prova della nostra decisa volontà di collaborazione fra i popoli.”

  1. Quanto qui illustrato merita indubbiamente ulteriori approfondimenti. Per ora, che conclusione possiamo trarre ?
  2. Più che una conclusione è necessario avanzare un’esortazione: reagiscano i democratici della Slavia e della “Patrie”. Fra poco sarà troppo tardi e diventerà inutile protestare. Si sveglino gli Amministratoridella Slavia e gli autonomisti friulani. Non si lasci, il Friuli, sfilare questa parte costitutiva del suo essere. Non si costringa la Slavia friulana a tornare ad essere “Schiavonia veneta” e chiedere aiuto a Venezia o oltre.

 

 

FRIÛL: SVEITI !!!

Par fâsi biei ai vôi dai comandadôrs di Rome o da l’Europe,

i sorestanz in Regjon nus stàn disfant el Friûl, toc par toc:

mil ains di storie sdrumade che nancje el taramot… !

I Comuns, pernos de Ricostruzion: eliminâz !!!

Une Sanitât che funzionave benon, cun Ospedai

simpri plui modernos: massacrâz !!!

La partecipazion de int ae vite publiche (ancje cul voto)

fintrimai tai Comuns plui picui: dismenteâle !!!

Sudivisions aministrativis e politichis cence

nissun rispièt pe int e pes tradizions, ma cun atenzion

dome pe burocrazie: robe di cjocs !!!

 

FURLANS! VONDE BRUNTULÂ PAR SOT,

’E JÈ ORE DI AGÎ, DI RIBELÂSI:

PIDÀDIS TAL CÛL !!!

AUTONOMISCJ!   VONDE DIVISIONS E INVIDIE:

DOME UNÎZ SI CONTE E… SI VINC !!!

LETTERA AL MESSAGGERO VENETO 19/07/2015

Egregio Direttore del Messaggero Veneto,
dalle vs. pagine di cronaca, nei giorni scorsi,  abbiamo avuto notizia prima dei problemi di salute del Sindaco di Buja, poi del loro buon esito ma con annessa sua polemica per la mancanza della strumentazione del “tomografo a risonanza magnetica” nell’Ospedale di San Daniele.
La giusta questione sollevata dal Sindaco Bergagna, però, ci fanno risaltare alcune perplessità:
– Come mai solo adesso che ne è stato personalmente colpito ha levato la sua voce a denunciare tale grave situazione lacunosa dell’Ospedale di San Daniele?
– Dal suo lautamente remunerato scranno di Direttore amministrativo di tale Ospedale non se n’era mai accorto prima?
– L’odierna casta regionale, anche in ciò matrigna del Friuli, anzichè investire per completare e modernizzare la nostra (dei cittadini che ne pagano le tasse!) sanità, la sta demolendo chiudendo o interi Ospedali o reparti e perseguendo una strategia di riduzione drastica e cinica dei tempi di degenza, obbligando gli ammalati a completare le cure a casa, con gravi limiti di efficacia ed enormi disagi per le loro famiglie. I semplici e impotenti cittadini devono sperare nei problemi di salute dei loro Amministratori locali (pregando che tutti poi abbiano esiti positivi) per vederli agire con determinazione e serietà nei confronti di questa astrusa Regione?

Ass. “Friûl tal Nord” – Buja  –  Il Presidente, Maurizio Piemonte

FRIULI SRADICATO E DISCONOSCIUTO

in occasione del convegno della Lega Nord Friuli contro la Riforma degli Enti locali della Regione – Pasian di Prato 28 marzo 2015
Non sono un politico, ma nemmeno un apolitico, perché il senso della polis, della società civilmente e giuridicamente organizzata e innervata sulle proprie radici storiche e culturali, dovrebbe appartenere a ogni uomo.     Per questo ho accettato di venire a un incontro che tratta della sorte di una terra e di un popolo che sempre ho amato e che oggi non solo non viene riconosciuto, ma addirittura lo si vuole  sradicare.   Molto di ciò è dovuto all’abbassamento culturale delle ultime generazioni della politica.
Quanto ho recentemente scritto sulla stampa locale lo      (segue)
riaffermo senza tentennamenti, ampliandone l’itinerario storico.    Per altro, già ho insegnato, presso l’ENAIP, storia amministrativa del territorio per aspiranti a impieghi regionali.
Solo una civiltà urbana, quando supera il livello etnico tribale, contemplando proprietà privata e proprietà pubblica, può approdare a una razionale divisione amministrativa del territorio.   Per il Fiuli questo approdo avviene con la fondazione di Aquileia nel 181 A.C. e la conseguente centuriazione agraria.  Non sappiamo di organizzazioni celtiche e paleovenete precedenti, se non di comunità e di “oppida”, città fortificate con relativo contado.  Per i Romani non si fondano colonie economicamente deficitarie e i “municipia” devono avere garantita la fonte di sostentamento.  L’ordinamento territoriale della  X Regio Venetia et Histria, che sarà il Friuli, viene completato con i municipia di Forum Iulium (Cividale), Forum Iulium Carnicum (Zuglio) e Concordia.  Sono in pratica le nostre province, perché le “Regiones” romane sono delle macroregioni.  Infatti, la Venetia et Istria va dall’Adda all’Arsa (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli, Istria).  A parte Aquileia, quasi tutta in pianura,  gli altri centri usufruiscono di montagna, collina e pianura.   La stessa razionalità economica vale per il resto del dominio romano, dove possibile.    E pensare che oggi, per influsso della cultura balcanica, si è chiesto un ente sovra-comunale (quasi provincia), tutto montano, della Slavia Friulana.  Giustamente e razionalmente  i friulani  Tarcento e Cividale  si sono opposti.  Per contro, per i parlanti friulano non è contemplato alcun Ente sovracomunale.    Abbiamo capito: stiamo diventando sempre più stranieri in casa nostra.   E tutto questo parte da Trieste e da Roma, per arrivare all’Europa della finanza e non dei popoli.
La riconquista bizantina del Friuli fu breve, all’indomani della disfatta gotica, tuttavia pose un impianto amministrativo nuovo.  Fu istituito il “tema” con capitale Cividale, Forum Iulii appunto, al posto di Aquileia, divenuta ombra di se stessa, e furono tracciate nuove strade  (Basilikai pente odoi).
La successiva invasione Longobarda trasformò il tema (distretto) in ducato e alla strutturazione: alle “urbes”, “vici”, “pagi”, “villae”  aggiunse  “fare”  e  “arimannie”.  Bastarono due secoli a individualizzare il Friuli, che, almeno per ora, non ha perso il suo nome, …perdonatemi.
Fino al 3 aprile 1077 i poteri civile ed ecclesiastico erano stati divisi:  Conte del Friuli da una parte  e Patriarca religioso cristiano dall’altra,  residente prima a Cormòns  e poi a Cividale.  Di fatto Poppone di Traungau si era fatto dare tutto il Friuli.   L’inizio giuridico con un vescovo-conte avviene con Enrico IV e Sigeardo        al tempo delle investiture.   Per sapere com’era diviso amministrativamente il patriarcato medioevale, un autentico mosaico, tocca leggere il famoso “Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis” del 1382, del notaio cancelliere Odorico Susanna:  giurisdizioni castellane, possessi abbaziali, comunità cittadine, capitanati, beni direttamente ecclesiali.  Per altro, contrasti e usurpazioni non mancavano.
Il Parlamento, formato dai rappresentanti delle comunità, dei feudatari e del clero, fa da cassa di risonanza di questa pluralità.  Esistono diritti e privilegi e doveri da rispettare.  Il Patriarcato è, quindi, uno stato semiteocratico.  Infatti, quando da fuori verrà l’Inquisizione, sarà fra le più blande d’Europa, con Venezia dominante.
Nel Duecento la sede del Patriarca, in seguito al disastroso terremoto di Cividale, si stabilisce a Udine, che diviene capitale del Friuli con Pertoldo di Andechs, amico di Federico II.   Al riguardo occorre ricordare le Constitutiones Patriae Fori Iuli  promulgate con Marquardo di Randeck.
L’avvento di Venezia chiude l’era patriarcale statale (1420/1445), ma Udine mantiene un ruolo preminente, diventa la sede del Luogotenente della Patria del Friuli.   Nelle altre città importanti si insediano i Provveditori.   Suddivisioni amministrative, usanze e tradizioni precedenti sono conservate, pur se svuotate d’importanza.   Se ne può prendere atto con il Nievo.
È quindi il turno del ciclone napoleonico a sconvolgere il Friuli.  Si sopprimono usi civici plurisecolari.  Si istituiscono i dipartimenti.  Udine però non perde il suo ruolo.  Dal 1797 al 1817 diversi comuni mutano a geometria variabile fino a stabilizzarsi negli attuali confini.  Inserito nel Lombardoveneto il Friuli, eccettuato il Goriziano a se stante fin dal Cinquecento, non ritorna al passato.  Con l’unificazione all’Italia i ritocchi sono pochi:  Udine rimane capoluogo della provincia dell’intero Friuli italiano, Carnia compresa, e Gorizia continua il suo ruolo nell’Impero Austroungarico a cui appartiene anche Trieste.   Ci sono i mandamenti con uffici giudiziari.    Alla fine della prima  grande guerra mondiale  Gorizia, riunita al Friuli,   fa parte dell’unica Provincia del Friuli, per ritornare in seguito ad una propria autonomia provinciale,  vista la sua tradizione storica.
Gli esiti della seconda guerra mondiale, anche con il periodo della Resistenza, portarono alla perdita del retroterra goriziano  e si rischiò pure l’annessione di una parte del Friuli alla Jugoslavia, in particolare alla Slovenia, che ha sempre manifestato questo suo interesse.
Pordenone ottiene di essere Provincia con la spinta di Zanussi e di Trieste (erano i tempi del Gazzettino Giuliano) e naturalmente della Diocesi di Concordia, divenuta Concordia Pordenone, senza saper recuperare il Portogruarese che L’Austria aveva tolto a Udine per darlo a Venezia nella prima metà dell’Ottocento.  La scuola friulana viene divisa in due provveditorati.  Non contenti della divisione in patria, con l’EFASCE si dividono i friulani anche all’estero:  Friuli nel Mondo pareva, a torto, troppo …udinese.   Una ulteriore divisione è stata pure favorita dalla Slovenia con l’Unione degli emigranti sloveni, operante anche in provincia di Udine.
Ritornando con un inciso alle radici, ricordiamo che le città romane sono divenute diocesi nella tarda antichità.  Paradossalmente la parola diocesi deriva dalla riforma territoriale di Diocleziano, non certo tenero verso i cristiani.  Quanto alle divisioni, si rilevi che lo stesso Patriarcato si è sdoppiato in quelli di Aquileia e di Grado,  quest’ultimo finito come titolo a Venezia.    Doveva esserci anche la Provincia di Tolmezzo, ma l’esito del relativo referendum ha mostrato un minimo di razionalità, impedendo quest’ultima frammentazione.
Nel 1957, il tanto criticato e calunniato Mons. Giuseppe Zaffonato, che probabilmente ben conosceva i palazzi, disse a me, giovane prete regionalista:          – Regione? Ma Udine non può perdere tutto! – Oggi devo dire che è stato profeta.  La provincia di Udine non è una provincia, è una Regione e più ancora una Patria, comprese le altre due province friulane:  la millenaria Patria del Friuli.
L’abolizione delle province elettive è disprezzo della democrazia o per lo meno scarsa considerazione.  Il Friuli è regione singola per se stesso.  Trieste è Istria.
L’ibrida composizione regionale ha penalizzato e penalizza il Friuli.  Si poteva prendere in esame la storia e la geografia, la lingua e la cultura, cercare una soluzione distintiva delle due diverse realtà e invece nulla;  e adesso vediamo queste UTI, antistoriche e antidemocratiche.  Si dispone del contado come delle vacche e dei buoi.     È per questo che hanno lottato e combattuto i nostri padri e tanti illustri friulani, politici e no ?   Noi rispettiamo Roma e Trieste, ma dobbiamo constatare che il loro rispetto per la nostra Storia, per la nostra identità, per la nostra anima non c’è, non esiste.  Siamo circondati da un mare di abissale ignoranza.  Nel mio ambito, mi basta l’esempio del ventilato distacco di Buja, cuore della Comunità Collinare, dalla Comunità stessa, contro o al disopra la volontà del popolo.
Purtroppo votiamo come votiamo e ci stanno anche le nostre colpe e le nostre viltà,  e quindi chi comanda comanda, anche abusando.
Ho scritto di radical friulanisti: li vedo persi in utopie sociali tra Ottocento e Novecento.  I leninisti o stalinisti della lingua si sono annullati nei lessici e nelle grammatiche bizarre.  Il clero marcia su Aviano, ma non su Trieste.  È una iperbole.  Tutte le attenzioni per i migranti, ben poco per i Friulani e i loro diritti.  Così siamo arrivati alla proposta dei diciassette emirati, con cariche adatte a politici lillipuziani, senza voce e senza peso.  Riaffermo la convinzione che la visione globale del territorio spetta a un ente ampiamente sovracomunale, con reali poteri di equilibrante controllo e armonizzato sviluppo.    Non sfugge che la poltiglia istituzionale  vada bene  a chi ha gli stivali…
Gli intellettuali si cullano tra americanismi e fecondazioni eterologhe, tra Barcellona e Bruxelles.   E il Friuli chi lo difende?       Politica friulana, se ci sei, batti un colpo.   Si è membri del proprio popolo prima di essere dipendenti della segreteria di un qualunque partito.       Diciamo no allo smembramento del Friuli, alle Unioni senza capo ne coda, antistoriche e cervellotiche, al centralismo unico e assoluto di una città non friulana.
Il patrimonio artistico e culturale e le istituzioni provinciali a chi andranno? Saranno disperse  o trasferite a Trieste?  Non è giovato nulla agli amministratori friulani essere oculati e parsimoniosi. Devono pagare per le immense voragini di altre amministrazioni italiane?   Non intendo localizzare.
Sopprimere tribunali, province e ospedali non giova a una economia da dittatura fiscale, e che subisce il salasso di centinaia di migliaia di migranti e delle operazioni nel Mediterraneo  e delle varie spedizioni militari nel mondo.
Mi stupisce questa inusuale rapidità burocratica della Giunta regionale, impegnata nel varare una riforma negativa, quasi punitiva per gli ultimi lembi di autonomia politica e amministrativa del Friuli.  Ho scritto che la cancellazione della presenza delle istituzioni dello Stato e delle grandi realtà civili   lascerà alle diocesi    e alle città episcopali il compito di mantenere l’ossatura identitaria del Friuli, una specie di Patriarcato a più mitre.  Le interessanti mostre e le pertinenti pubblicazioni della Provincia di Udine sui Patriarchi  nell’anno che ne richiamava la memoria, non possono essere il canto del cigno  della nostra identità.
Non propongo un anacronistico ritorno del Patriarcato, scomparso anche ecclesiasticamente a metà Settecento per gli interessi e le trame di Venezia e degli Asburgo, connivente un debole pontefice.   Ma lo spirito deve restare.
Siamo di fronte a teocrazie di sangue e di intolleranza sistematica verso la nostra civiltà che anche i Patriarchi e la Patria del Friuli hanno contribuito a costruire.    E non possiamo meravigliarci  che si rinneghi il Friuli  quando si rinnega la nostra stessa civiltà.
Facciamo volare le nostre aquile.
Friûl,  no sta murî!        Risveglia i tuoi figli!