in occasione del convegno della Lega Nord Friuli contro la Riforma degli Enti locali della Regione – Pasian di Prato 28 marzo 2015
Non sono un politico, ma nemmeno un apolitico, perché il senso della polis, della società civilmente e giuridicamente organizzata e innervata sulle proprie radici storiche e culturali, dovrebbe appartenere a ogni uomo.     Per questo ho accettato di venire a un incontro che tratta della sorte di una terra e di un popolo che sempre ho amato e che oggi non solo non viene riconosciuto, ma addirittura lo si vuole  sradicare.   Molto di ciò è dovuto all’abbassamento culturale delle ultime generazioni della politica.
Quanto ho recentemente scritto sulla stampa locale lo      (segue)
riaffermo senza tentennamenti, ampliandone l’itinerario storico.    Per altro, già ho insegnato, presso l’ENAIP, storia amministrativa del territorio per aspiranti a impieghi regionali.
Solo una civiltà urbana, quando supera il livello etnico tribale, contemplando proprietà privata e proprietà pubblica, può approdare a una razionale divisione amministrativa del territorio.   Per il Fiuli questo approdo avviene con la fondazione di Aquileia nel 181 A.C. e la conseguente centuriazione agraria.  Non sappiamo di organizzazioni celtiche e paleovenete precedenti, se non di comunità e di “oppida”, città fortificate con relativo contado.  Per i Romani non si fondano colonie economicamente deficitarie e i “municipia” devono avere garantita la fonte di sostentamento.  L’ordinamento territoriale della  X Regio Venetia et Histria, che sarà il Friuli, viene completato con i municipia di Forum Iulium (Cividale), Forum Iulium Carnicum (Zuglio) e Concordia.  Sono in pratica le nostre province, perché le “Regiones” romane sono delle macroregioni.  Infatti, la Venetia et Istria va dall’Adda all’Arsa (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli, Istria).  A parte Aquileia, quasi tutta in pianura,  gli altri centri usufruiscono di montagna, collina e pianura.   La stessa razionalità economica vale per il resto del dominio romano, dove possibile.    E pensare che oggi, per influsso della cultura balcanica, si è chiesto un ente sovra-comunale (quasi provincia), tutto montano, della Slavia Friulana.  Giustamente e razionalmente  i friulani  Tarcento e Cividale  si sono opposti.  Per contro, per i parlanti friulano non è contemplato alcun Ente sovracomunale.    Abbiamo capito: stiamo diventando sempre più stranieri in casa nostra.   E tutto questo parte da Trieste e da Roma, per arrivare all’Europa della finanza e non dei popoli.
La riconquista bizantina del Friuli fu breve, all’indomani della disfatta gotica, tuttavia pose un impianto amministrativo nuovo.  Fu istituito il “tema” con capitale Cividale, Forum Iulii appunto, al posto di Aquileia, divenuta ombra di se stessa, e furono tracciate nuove strade  (Basilikai pente odoi).
La successiva invasione Longobarda trasformò il tema (distretto) in ducato e alla strutturazione: alle “urbes”, “vici”, “pagi”, “villae”  aggiunse  “fare”  e  “arimannie”.  Bastarono due secoli a individualizzare il Friuli, che, almeno per ora, non ha perso il suo nome, …perdonatemi.
Fino al 3 aprile 1077 i poteri civile ed ecclesiastico erano stati divisi:  Conte del Friuli da una parte  e Patriarca religioso cristiano dall’altra,  residente prima a Cormòns  e poi a Cividale.  Di fatto Poppone di Traungau si era fatto dare tutto il Friuli.   L’inizio giuridico con un vescovo-conte avviene con Enrico IV e Sigeardo        al tempo delle investiture.   Per sapere com’era diviso amministrativamente il patriarcato medioevale, un autentico mosaico, tocca leggere il famoso “Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis” del 1382, del notaio cancelliere Odorico Susanna:  giurisdizioni castellane, possessi abbaziali, comunità cittadine, capitanati, beni direttamente ecclesiali.  Per altro, contrasti e usurpazioni non mancavano.
Il Parlamento, formato dai rappresentanti delle comunità, dei feudatari e del clero, fa da cassa di risonanza di questa pluralità.  Esistono diritti e privilegi e doveri da rispettare.  Il Patriarcato è, quindi, uno stato semiteocratico.  Infatti, quando da fuori verrà l’Inquisizione, sarà fra le più blande d’Europa, con Venezia dominante.
Nel Duecento la sede del Patriarca, in seguito al disastroso terremoto di Cividale, si stabilisce a Udine, che diviene capitale del Friuli con Pertoldo di Andechs, amico di Federico II.   Al riguardo occorre ricordare le Constitutiones Patriae Fori Iuli  promulgate con Marquardo di Randeck.
L’avvento di Venezia chiude l’era patriarcale statale (1420/1445), ma Udine mantiene un ruolo preminente, diventa la sede del Luogotenente della Patria del Friuli.   Nelle altre città importanti si insediano i Provveditori.   Suddivisioni amministrative, usanze e tradizioni precedenti sono conservate, pur se svuotate d’importanza.   Se ne può prendere atto con il Nievo.
È quindi il turno del ciclone napoleonico a sconvolgere il Friuli.  Si sopprimono usi civici plurisecolari.  Si istituiscono i dipartimenti.  Udine però non perde il suo ruolo.  Dal 1797 al 1817 diversi comuni mutano a geometria variabile fino a stabilizzarsi negli attuali confini.  Inserito nel Lombardoveneto il Friuli, eccettuato il Goriziano a se stante fin dal Cinquecento, non ritorna al passato.  Con l’unificazione all’Italia i ritocchi sono pochi:  Udine rimane capoluogo della provincia dell’intero Friuli italiano, Carnia compresa, e Gorizia continua il suo ruolo nell’Impero Austroungarico a cui appartiene anche Trieste.   Ci sono i mandamenti con uffici giudiziari.    Alla fine della prima  grande guerra mondiale  Gorizia, riunita al Friuli,   fa parte dell’unica Provincia del Friuli, per ritornare in seguito ad una propria autonomia provinciale,  vista la sua tradizione storica.
Gli esiti della seconda guerra mondiale, anche con il periodo della Resistenza, portarono alla perdita del retroterra goriziano  e si rischiò pure l’annessione di una parte del Friuli alla Jugoslavia, in particolare alla Slovenia, che ha sempre manifestato questo suo interesse.
Pordenone ottiene di essere Provincia con la spinta di Zanussi e di Trieste (erano i tempi del Gazzettino Giuliano) e naturalmente della Diocesi di Concordia, divenuta Concordia Pordenone, senza saper recuperare il Portogruarese che L’Austria aveva tolto a Udine per darlo a Venezia nella prima metà dell’Ottocento.  La scuola friulana viene divisa in due provveditorati.  Non contenti della divisione in patria, con l’EFASCE si dividono i friulani anche all’estero:  Friuli nel Mondo pareva, a torto, troppo …udinese.   Una ulteriore divisione è stata pure favorita dalla Slovenia con l’Unione degli emigranti sloveni, operante anche in provincia di Udine.
Ritornando con un inciso alle radici, ricordiamo che le città romane sono divenute diocesi nella tarda antichità.  Paradossalmente la parola diocesi deriva dalla riforma territoriale di Diocleziano, non certo tenero verso i cristiani.  Quanto alle divisioni, si rilevi che lo stesso Patriarcato si è sdoppiato in quelli di Aquileia e di Grado,  quest’ultimo finito come titolo a Venezia.    Doveva esserci anche la Provincia di Tolmezzo, ma l’esito del relativo referendum ha mostrato un minimo di razionalità, impedendo quest’ultima frammentazione.
Nel 1957, il tanto criticato e calunniato Mons. Giuseppe Zaffonato, che probabilmente ben conosceva i palazzi, disse a me, giovane prete regionalista:          – Regione? Ma Udine non può perdere tutto! – Oggi devo dire che è stato profeta.  La provincia di Udine non è una provincia, è una Regione e più ancora una Patria, comprese le altre due province friulane:  la millenaria Patria del Friuli.
L’abolizione delle province elettive è disprezzo della democrazia o per lo meno scarsa considerazione.  Il Friuli è regione singola per se stesso.  Trieste è Istria.
L’ibrida composizione regionale ha penalizzato e penalizza il Friuli.  Si poteva prendere in esame la storia e la geografia, la lingua e la cultura, cercare una soluzione distintiva delle due diverse realtà e invece nulla;  e adesso vediamo queste UTI, antistoriche e antidemocratiche.  Si dispone del contado come delle vacche e dei buoi.     È per questo che hanno lottato e combattuto i nostri padri e tanti illustri friulani, politici e no ?   Noi rispettiamo Roma e Trieste, ma dobbiamo constatare che il loro rispetto per la nostra Storia, per la nostra identità, per la nostra anima non c’è, non esiste.  Siamo circondati da un mare di abissale ignoranza.  Nel mio ambito, mi basta l’esempio del ventilato distacco di Buja, cuore della Comunità Collinare, dalla Comunità stessa, contro o al disopra la volontà del popolo.
Purtroppo votiamo come votiamo e ci stanno anche le nostre colpe e le nostre viltà,  e quindi chi comanda comanda, anche abusando.
Ho scritto di radical friulanisti: li vedo persi in utopie sociali tra Ottocento e Novecento.  I leninisti o stalinisti della lingua si sono annullati nei lessici e nelle grammatiche bizarre.  Il clero marcia su Aviano, ma non su Trieste.  È una iperbole.  Tutte le attenzioni per i migranti, ben poco per i Friulani e i loro diritti.  Così siamo arrivati alla proposta dei diciassette emirati, con cariche adatte a politici lillipuziani, senza voce e senza peso.  Riaffermo la convinzione che la visione globale del territorio spetta a un ente ampiamente sovracomunale, con reali poteri di equilibrante controllo e armonizzato sviluppo.    Non sfugge che la poltiglia istituzionale  vada bene  a chi ha gli stivali…
Gli intellettuali si cullano tra americanismi e fecondazioni eterologhe, tra Barcellona e Bruxelles.   E il Friuli chi lo difende?       Politica friulana, se ci sei, batti un colpo.   Si è membri del proprio popolo prima di essere dipendenti della segreteria di un qualunque partito.       Diciamo no allo smembramento del Friuli, alle Unioni senza capo ne coda, antistoriche e cervellotiche, al centralismo unico e assoluto di una città non friulana.
Il patrimonio artistico e culturale e le istituzioni provinciali a chi andranno? Saranno disperse  o trasferite a Trieste?  Non è giovato nulla agli amministratori friulani essere oculati e parsimoniosi. Devono pagare per le immense voragini di altre amministrazioni italiane?   Non intendo localizzare.
Sopprimere tribunali, province e ospedali non giova a una economia da dittatura fiscale, e che subisce il salasso di centinaia di migliaia di migranti e delle operazioni nel Mediterraneo  e delle varie spedizioni militari nel mondo.
Mi stupisce questa inusuale rapidità burocratica della Giunta regionale, impegnata nel varare una riforma negativa, quasi punitiva per gli ultimi lembi di autonomia politica e amministrativa del Friuli.  Ho scritto che la cancellazione della presenza delle istituzioni dello Stato e delle grandi realtà civili   lascerà alle diocesi    e alle città episcopali il compito di mantenere l’ossatura identitaria del Friuli, una specie di Patriarcato a più mitre.  Le interessanti mostre e le pertinenti pubblicazioni della Provincia di Udine sui Patriarchi  nell’anno che ne richiamava la memoria, non possono essere il canto del cigno  della nostra identità.
Non propongo un anacronistico ritorno del Patriarcato, scomparso anche ecclesiasticamente a metà Settecento per gli interessi e le trame di Venezia e degli Asburgo, connivente un debole pontefice.   Ma lo spirito deve restare.
Siamo di fronte a teocrazie di sangue e di intolleranza sistematica verso la nostra civiltà che anche i Patriarchi e la Patria del Friuli hanno contribuito a costruire.    E non possiamo meravigliarci  che si rinneghi il Friuli  quando si rinnega la nostra stessa civiltà.
Facciamo volare le nostre aquile.
Friûl,  no sta murî!        Risveglia i tuoi figli!